Bohemian Rhapsody, un capolavoro senza tempo

Sembra scritta ieri, ma lo scorso anno Bohemian Rhapsody ha compiuto mezzo secolo. Fu infatti trasmessa per la prima volta nell’ottobre del 1975 dalla radio britannica e pubblicata su un 45 giri alla fine dello stesso mese. All’epoca i Queen erano già una band affermata, con 3 album che avevano già scalato le classifiche. I loro esordi risalgono al 1968, quando Brian May, Tim Staffell e Roger Taylor crearono gli “Smile”. La prima apparizione pubblica della band avvenne il 26 ottobre 1968 in apertura di un concerto dei Pink Floyd e nel maggio 1969, con la firma di un contratto con la Mercury Records, venne pubblicato il primo singolo. In quel periodo Staffell presentò ai compagni un certo Farrokh Bulsara detto “Freddie”. Fu la svolta. Incoraggiati da Bulsara, dopo l’abbandono di Staffel, May e Taylor continuarono il loro lavoro e, nel giugno 1970, cambiarono il nome della band in “Queen”, con successivo ingresso del bassista John Deacon. Il nome “Queen” venne pensato da Bulsara per evocare qualcosa di maestoso e regale. Sempre quell’anno Bulsara cambiò il cognome in “Mercury”, ispirato a un verso su “Mother Mercury” contenuto in una canzone uscita nel debutto dei Queen, My Fairy King.

Quando nel 1975 i dirigenti della EMI ricevettero il test pressing del 45 giri destinato a promuovere il nuovo album A night at the opera, rimasero sconcertati dal pezzo presente sul lato A. Oltre alla durata di sei minuti, inconcepibile in un mondo in cui le canzoni non superavano i 3 minuti, il pezzo era un vero e proprio enigma musicale. Esordiva con un intro a cappella, seguito da una rock ballad che sfociava in un tripudio di cori operistici e poi in un lungo assolo di chitarra e pianoforte con la voce di Mercury. Il tutto accompagnato da un testo enigmatico con riferimenti surreali come Scaramouche, un personaggio clownesco della commedia dell’arte del cinquecento, Bismillah, un termine presente nel Corano che significa “in nome di Allah”, e ancora Belzebù, principe dei demoni, Galileo e Figaro. Un testo che Mercury non ha mai voluto spiegare.

Nessuno dei discografici aveva colto la portata rivoluzionaria di Bohemian Rhapsody, anzi, erano tutti convinti che nessuna radio avrebbe mai mandato in onda un pezzo così lungo, senza un ritornello e con un testo assurdo. A questo punto ci pensò la band a risolvere la questione, inviando una copia del 45 giri al dj della BBC Kenny Everett, che lo trasmise nel fine settimana ben ventotto volte solo per piccoli estratti, suscitando una reazione esplosiva del pubblico che voleva ascoltare la canzone per intero. Il seguito lo conosciamo: un successo planetario, con dieci milioni di copie fisiche vendute, un miliardo e ottocento milioni di ascolti in streaming e oltre mezzo miliardo di visualizzazioni su Youtube. Bohemian Rhapsody è la somma di tre diverse canzoni concepite da Mercury, assemblate lavorando dieci ore al giorno per quattro settimane.

Rivoluzionaria fu anche la tecnica di registrazione, assemblando in studio le incisioni di singole parti del pezzo in un lavoro complicatissimo, in cui Mercury, May e Taylor hanno sovrainciso 180 volte le voci per ottenere l’effetto corale che conosciamo.

Molti hanno cercato di spiegare il significato del testo della canzone, ammesso che ce l’abbia: l’amico Kenny Everett, dj che per primo l’ha trasmessa, ha detto che Mercury ha liquidato la questione parlando di “nonsense in rima”. E forse è meglio così: magari l’autore voleva che ciascuno, ascoltando il pezzo, si lasciasse trasportare dalle sensazioni dandogli un proprio libero significato, cosa che puntualmente avviene. E anche questo, a mio avviso, è uno dei motivi del successo di Bohemian Rhapsody.

Fonti: Rollingstone.it, Panorama.it, Wikipedia.it

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